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15.10.2012 - Corriere della Sera


Un calice di rosso mantiene giovani?

L'ipotesi è ancora tutta da dimostrare. Il dibattito e gli studi sulla questione «resveratrolo».



Daniela Natali

La notizia sembrava una di quelle cui brindare, nel vero senso dalle parola: il resveratrolo, contenuto nel vino rosso, è un potente antiossidante e combatte l’invecchiamento. Finalmente: qualcosa di buono che fa pure bene. E gli studi su salute e resveratrolo si sono moltiplicati nel tempo (i primi risalgono alla fine degli anni ’80), ma tra tutti, per gli straordinari risultati positivi che avevano raggiunto, sono emersi quelli di Dipak Das, dell’Università del Connecticut. Poi, mentre il boom resveratrolo raggiungeva il culmine, e uscivano sul mercato integratori e perfino cosmetici a base di questo polifenolo, cominciarono i primi sospetti.


Nel 2009, un anonimo accusò Das di aver falsificato i risultati dei suoi studi. L’Università stessa promosse una rigorosa revisione. Risultato: il ricercatore aveva davvero taroccato i dati. Ma, allora il resveratrolo non serve a niente? Dopotutto, Das non era l’unico a studiarne gli effetti: le pubblicazioni scientifiche sono più di 5 mila, Das è responsabile di un centinaio. E se qualcosa di vero nelle presunte proprietà benefiche del resveratrolo ci fosse, basterebbe bere un paio di bicchieri di vino rosso per farne scorta? Chiarisce Renato Bruni, ricercatore in biologia farmaceutica al Dipartimento di Scienze degli Alimenti dell'Università di Parma: «Attualmente non sono disponibili studi inequivocabili a favore dell’uso del resveratrolo per allungare le prospettive di vita o per prevenire malattie nell’uomo. Ma non ci sono neppure dati contrari sufficienti a sostenere il contrario. Semplicemente, nessuno ha ancora fatto queste ricerche su un numero sufficientemente vasto di persone e per un periodo di tempo abbastanza prolungato».



Anni e anni a parlare di resveratrolo e non si è arrivati a niente? «Molti riscontri positivi sugli effetti di questa sostanza derivano da colture cellulari o animali, ma il "trasferimento" all'uomo non è automatico. I primi studi clinici - molto più costosi - sono iniziati solo nel 2010. In particolare, nel 2011 è partita un'indagine di 5 anni, finanziata da un’agenzia governativa danese, che valuterà su 100 persone gli effetti del resveratrolo sulle complicanze del sovrappeso. In Spagna, invece, si è già concluso un piccolo studio - su meno di 100 persone - che ha dato risultati positivi: il resveratrolo sembra diminuire gli stati infiammatori nelle patologie cardiovascolari in persone in cura farmacologica. In un altro piccolo studio, in India, il resveratrolo ha ridotto l’ipertensione e si è visto che ha un ruolo positivo nel controllo della glicemia nel diabete di tipo 2. Stiamo comunque parlando non di un ruolo protettivo sulla popolazione sana in generale, ma di un possibile utilizzo in persone malate».



Resta in sospeso l’altra questione: basta un bicchiere di vino rosso per garantirsi adeguate quantità di resveratrolo? «Assolutamente no. Questa sostanza è stata associata al vino rosso anche per questioni di marketing, ma per assumerne una quantità comparabile a quella suggerita dagli studi seri bisognerebbe bere diversi litri di vino ogni giorno (cosa, ovviamente, da non fare). Tanto è vero che il resveratrolo presente negli integratori è ricavato da una pianta giapponese che ne contiene molto di più del vino o da estratti concentrati ottenuti dalle bucce d'uva rossa».

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